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mercoledì 11 marzo 2026

IL LIBRO: "2046" di Daniele Delbene

Daniele Delbene
Siamo forse di fronte a un terzo conflitto mondiale? Ne abbiamo parlato con Daniele Delbene, autore del libro “2046”, uscito a febbraio in tutte le maggiori librerie d’Italia e disponibile gratuitamente in numerose biblioteche.

Nel suo libro, Delbene già presidente della Costituente Nazionale Pse e tra i promotori del Manifesto per la Giustizia, la Libertà e l’Umanesimo, descrivendo quello che saranno i prossimi vent’anni in una visione di linearità passiva, senza che si intervenga quindi da oggi immaginando il 2046 che si desidera perseguire, cita testualmente: “si arriverà a questo tipo di società nei prossimi vent’anni, che saranno caratterizzati da due fasi principali. Nella prima parte assisteremo ad una società piena di incertezze. Ogni sicurezza sarà messa in discussione. Aumenteranno le guerre, aumenteranno i colpi di Stato”.

Perché nel suo libro descrive i prossimi anni come teatro di guerre?

“In un mondo sempre più globale, dove le distanze fisiche sono “annullate” dalla tecnologia, anche gli interessi non solo finanziari, ma di potere e di gestione delle risorse e delle nuove scoperte, diventano inevitabilmente mondiali. Come spiego nel libro se ieri le religioni e poi le grandi ideologie garantivano di fatto regole e ideali internazionali in un mondo di singoli paesi, oggi questi non sono più sufficienti. Il mondo globale richiede regole globali, democratiche e condivise, che necessiterebbero di istituzioni rappresentative e democratiche globali. Oggi queste ancora non esistono, permettendo ai paesi più forti di decidere per sé e per gli altri senza alcun tipo di regola. Il “Trump di turno” può alzarsi la mattina e decidere di sostituire un capo di stato o attaccare un altro paese. Anche se le ragioni fossero genuine e a fin di bene, non è accettabile che questo possa essere deciso da una singola persona in base al proprio umore o agli interessi che ritiene prevalenti.

A suo avviso, servirebbero quindi istituzioni sovrannazionali in grado di garantire equilibrio e regole condivise?

“Certamente. Per creare un mondo di pace e libertà durature, la prima cosa da fare è creare gli Stati Uniti d’Europa, quale presupposto e modello per quelli futuri del mondo. Si tratta di una istituzione che è ben differente dall’Unione Europea che conosciamo oggi, controllata di fatto non si sa bene da chi e che ha generato un’eccessiva burocratizzazione spesso al servizio della finanza ma senza essere stata in grado di creare i presupposti per evitare nemmeno le guerre sull’uscio di casa”.

Al riguardo, in Europa ci sono posizioni contrastanti e spesso opposte?

“Le posizioni opposte sono spesso il frutto di tentativi di destabilizzazione di un progetto che fa paura a tutti quegli interessi che vivono della mancanza di regole globali, delle paure e delle incertezze degli uomini, e della mancanza di una vera democrazia internazionale”.

I media sono stati in qualche misura complici?

“In alcuni casi si, ma quello che sta accadendo smentisce tutti coloro che si presentano come rappresentanti dei soli interessi nazionali: prima l’Italia, prima l’Ungheria, ecc. La realtà dimostra che non è possibile tutelare gli interessi nazionali se non c’è qualcuno che garantisce il rispetto di regole, diritti e doveri globali. Sarebbe in grado l’Italia di tutelarsi da sola se una grande potenza decidesse di invaderla o di appropriarsi dei suoi beni?”.

Gli italiani e gli europei stanno iniziando a comprendere?

“Sì, stanno iniziando a comprendere questa necessità”.

Nel suo libro sostiene che servirebbero forze politiche internazionali o transnazionali, quantomeno da subito europee?

“Certamente. Le banche e le multinazionali decidono da una sede dislocata in qualche remoto paese delle loro politiche globali, mentre la politica è confinata all’interno dei singoli stati e talvolta di singole regioni. Servono al più presto partiti almeno europei”.

Quale consiglio si sente di dare alle forze politiche e ai cittadini?

“Non pensiamo solo alla situazione contingente di questi giorni, perché se non immaginiamo soluzioni che sappiano guardare alla società che vogliamo nei prossimi vent’anni, saremo sempre a rincorrere gli interessi di altri e avremo davanti anni di grandi conflitti, guerre, povertà e soppressione delle libertà. Agli italiani dico: non credete a chi vi propone soluzioni provinciali e nazionali, promuovete e sostenete forze politiche che siano sempre più europee e che propongano una prioria visione delle società a vent’anni”.

Vuole lanciare un appello finale?

“Si, al Parlamento europeo e ai suoi membri più responsabili, che proprio in questi giorni si riuniranno in plenaria con all’ordine del giorno le guerre in corso: prendete una forte posizione politica per il futuro non solo dell’Europa ma del mondo intero”. (https://www.notiziegeopolitiche.net)


giovedì 26 febbraio 2026

ATTUALITA': la recensione del libro "2046. Come sarà. Come potrebbe essere" di Daniele Delbene

Daniele Delbene e la copertina del suo libro
Con "2046. Come sarà. Come potrebbe essere", Daniele Delbene non si limita a interrogare il futuro ma lo rimette nelle mani del lettore. Nato a Genova nel 1978, cresciuto a Levanto, con un percorso che intreccia militanza politica, attività sindacale e riflessione culturale, Delbene propone un saggio che è insieme analisi e chiamata alla responsabilità collettiva.

Il cuore del libro sta già nel titolo. La distinzione tra “come sarà” e “come potrebbe essere” non è un semplice gioco linguistico, ma una presa di posizione teorica e politica. Pensare al futuro come a qualcosa di già scritto significa rassegnarsi a una traiettoria lineare e inevitabile; immaginarlo come possibilità, invece, significa riconoscere il peso delle scelte umane. Per Delbene, la storia non è mai stata un percorso rettilineo: crisi, innovazioni e mutamenti sociali hanno continuamente rimescolato le carte. È in questo spazio di incertezza che si inserisce la responsabilità.

Uno dei temi centrali del libro è l’impatto della tecnologia e della comunicazione sulle nuove generazioni e il rischio di manipolazioni. La riduzione delle distanze e l’accesso immediato alle informazioni hanno ampliato l’orizzonte delle aspettative. I giovani non aspirano soltanto a un miglioramento materiale, ma a diritti, libertà di movimento, qualità della vita. Tuttavia, questo stesso processo modifica profondamente le relazioni sociali: le comunità non nascono più necessariamente in luoghi fisici, ma anche in spazi digitali. Se da un lato ciò moltiplica le opportunità di incontro, dall’altro mette in discussione il senso tradizionale di appartenenza con gravi rischi sulle possibili manipolazioni e dunque sull’autenticità della democrazia.

L’analisi si fa più stringente quando Delbene affronta il nodo delle disuguaglianze. Le trasformazioni tecnologiche ed economiche, se non governate, rischiano di ampliare il divario tra chi dispone di risorse e opportunità e chi ne resta escluso. Il lavoro, l’accesso alla casa, la stabilità economica diventano terreni su cui si misura la fragilità sociale. Ma il cambiamento non è, di per sé, una condanna: può tradursi in riduzione dei tempi di lavoro, in nuovi servizi, in forme innovative di partecipazione. Tutto dipende dalle scelte politiche.

È qui che entra in gioco il tema della redistribuzione, intesa non solo come trasferimento di ricchezza, ma come garanzia di diritti fondamentali: istruzione, sanità, lavoro dignitoso, partecipazione. In un mondo globalizzato, dove la produzione e la circolazione delle risorse superano i confini nazionali, si sottolinea l’urgenza di istituzioni sovranazionali più forti e democratiche che siano trasparenti e controllino la finanza e le multinazionali. La sua idea di “Stati Uniti d’Europa” va oltre l’attuale Unione Europea: immagina un’Europa federale, rappresentativa, capace di garantire diritti e libertà non come imposizioni tecnocratiche, ma come strumenti di emancipazione e partecipazione.

Il libro non indulge però in utopie astratte. Al contrario, si confronta con la sensazione diffusa di precarietà che attraversa le società contemporanee: la perdita di sicurezza economica, la dipendenza e il ruolo dei sistemi finanziari complessi, l’incertezza del reddito. Ci si interroga se tutto ciò sia frutto di un disegno consapevole o della miopia delle classi dirigenti. In entrambi i casi, il risultato è una società più vulnerabile, meno libera di progettare il proprio avvenire.

La risposta proposta è esigente: una classe dirigente lungimirante dovrebbe anticipare i cambiamenti e governarli, investendo nei servizi essenziali, ripensando il lavoro, sostenendo le comunità locali e riducendo gli squilibri territoriali e sociali. Ma la responsabilità non è solo delle élite. Il messaggio conclusivo è rivolto ai cittadini: il futuro non è qualcosa che accade, bensì qualcosa che si costruisce attraverso la partecipazione.

"Come sarà. Come potrebbe essere" è dunque un saggio che unisce analisi politica e tensione etica. Non offre profezie rassicuranti, ma invita a immaginare una società in cui il progresso tecnologico sia al servizio dell’uomo, in cui il lavoro resti fonte di dignità e in cui il tempo liberato dall’innovazione possa essere restituito alla vita, alla cultura, alle relazioni. Una riflessione che, più che predire il domani, sollecita a prendersene cura già da oggi. 

Roberto Giuiliano

(https://opinione.it/cultura/2026/02/26/roberto-giuliano-libro-daniel-delbene-2046-come-sara-come-potrebbe-essere/)

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